Tai chi per bambini e bambine

Perché la sfera non è solo un pallone da calcio e la danza non si fa solo sulle punte….

Da anni ormai provo a lavorare con gruppi più o meno allargati di bambini: a scuola quando ho avuto fortuna. Al Sonam, a Udine, dove non demordo.

Provo nutrendomi della loro tanta vita, cercando di assorbirla, trasformarla, ascoltarla così come il Tai Chi mi insegna.  Provo ritrovando un’energia bambina in me, irruente e contraddittoria, recettiva e plasmabile. Provo con i mezzi di una vita, aldilà delle tecniche, delle competenze e delle etichette.

Non insegno un’arte marziale: comunico l’importanza di un rito, inscenandolo, mettendolo in opera lì, in palestra, con quello che ho: un cerchio entro il quale si entra in un certo modo, e nel quale succedono cose anche straordinarie. Delle piccole finte sciabole con le quali bisogna entrare in contatto con rispetto e che bisogna maneggiare sempre con un certo riguardo. Delle sfere, la densità delle quali e la forma delle quali bisogna sentire col corpo aderendovi in ogni modo, per poi, solo in un secondo momento, riuscire a sentirle anche dentro di noi.  Cerco di comunicare ai bambini che non solo urlando, giocando, sfogando ci si diverte! Ci vuole anche quello certo…ma non solo.

Cerco di comunicare l’importanza di un ritmo. C’è un tempo per l’urlo e un tempo per il silenzio: a loro piace molto quest’alternanza, ben scandita e goduta fino in fondo. Mi piacerebbe che molte madri potessero vedere quanto intensamente in silenzio i loro figli riescono a stare, quanto a fondo riescono andare nel loro stare fermi immobili come monaci Zen! Non è necessario essere veloci e aggressivi per dare un pugno o un calcio, che possono, in un ambiente protetto, essere ottime valvole di scarico: meglio prepararsi lentamente, con concentrazione, equilibrio, restando in asse senza farsi male; dopo una serie di gesti preparati lentamente, la forza elastica potrà scaturire da sola!!

E’ importante stare insieme come alberi dello stesso bosco, sostenendosi nel movimento quando si cerca di memorizzare una piccola sequenza simile a una danza (i primi rudimenti della forma 108 yang): storie di aquile che volano, che fermano montagne e trasformano l’acqua in metallo. Storie di orsi che rubano la marmellata, di leoni che giocano con la sfera, di draghi che strisciano minacciosi trasformandosi in aironi bianchi che scuotono le ali. Storie di aghi d’oro raccolti in fondo al mare.

“Spingere non è buttare via!”  Parlo dell’ascoltarsi, dell’ accettare l’altro invece di prevaricare quando si inscena il gioco delle mani appiccicose, versione adattata dell’antico combattimento a mani nude. L’altro va guardato, sentito, capito: i bambini, dotati di un’ innata grazia animale, lo sanno bene: non si tratta di insegnarglielo, ma di farglielo sentire, si tratta di parlargliene e soprattutto di comunicarglielo con il corpo. Ma quanti di noi sanno di avere un corpo, o meglio, di essere un corpo?

Ritualità, rispetto, ritmo, ascolto, flessibilità, alternanza sono valori fondanti: perché non tentare di passarli ai bambini attraverso un’arte del movimento, il Tai Chi Chuan, che vanta centinaia di anni di tradizione, ed ha alle spalle il taoismo, filosofia complessa e raffinata? Perché non sostenere e incoraggiare i propri figli ad intraprendere questo percorso?  Certo i bambini vanno dove vanno i loro amichetti o amichette, ma perché non provare a dire loro che esistono anche altre strade dove conta il corpo, tutt’uno con il cuore e l’intelligenza, e non solo il tutù o la maglia a righe? E continuare …soprattutto a dirglielo.



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